Sunday, December 11, 2016

Of zombies and eclipses -- Sugli zombie e le eclissi

So my kids attend an international school which has a straightforwardness I really like, it does not care much about phoney political correctness, Christmas is called Christmas even in the presence of other religions, for the simple reason that it's its name.
At the beginning of the school year, my son's class organised an adventure-day to help the new kids fit in right away. Typically quite a few new kids attend International schools each year due to expatriates' silly habit of not being able to stick to one county for too long.

The kids went to a paintball arena and shot the hell out of each other until they looked like multicoloured zombies.
The most reckless of all was the teacher accompanying them, who in the Gopro video they filmed (at least until the camera too was covered in paint) looks like a mad Rambo on cocaine.
Of course they had a blast. The parents were not required to sign any liability papers, only permission for the kids to skip school for one day.
One of the new kids, who just moved here from America, could not believe his luck. He said in his home country there is no way in hell that the school would ever allow something like that.  He said one of his school mates had been suspended and sent to psychological evaluation for writing in an essay that he liked zombie movies.

My son asked me what I thought about this. A teenager requesting a parent's opinion on any given subject is an event with the same likeliness of a solar eclipse.  Words need to be weighed carefully, because, just like in the case of an eclipse, the chances of this happening again in our lifetime are quite slim.

So I said: sure these measures are a consequence of all the episodes of gun violence plaguing this kid's home country. But for me they are missing the point. It's kind of like trying to lose weight by eating sugar because it's fat-free:
It is true.
It is pertinent with the issue we are trying to sort out.
It addresses it somewhat.
But it's just fucking stupid.

To which my son replied, with the enthusiasm he admittedly reserves to my opinions when they are dignified by the extra glamour of a swearword:
EXACTLY.

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La scuola internazionale frequentata dai miei figli gode di una meravigliosa reticenza ad essere politicamente corretta sulle questioni di buon senso. Per esempio il Natale si chiama Natale nonostante la scuola sia frequentata anche da ragazzi di religioni diverse, per il semplice fatto che è il suo nome.
All'inizio dell'anno scolastico, la classe di mio figlio ha organizzato un'avventura di un giorno intesa ad aiutare i nuovi studenti ad integrarsi. Le scuole internazionali hanno ogni anno diversi nuovi studenti a causa della pessima abitudine degli expat di non riuscire a stare fermi nello stesso posto per molto tempo.

Sono quindi andati ad una Paintball arena e si sono sparati a vicenda all'impazzata finché non sembravano degli zombie variopinti.
Il più scatenato di tutti era il professore che li accompagnava, che nel video filmato con la Gopro (almeno finché anche l'obbiettivo non è stato ricoperto di vernice), sembra un Rambo pieno di coca.
Si sono ovviamente divertiti da pazzi. I genitori non hanno dovuto dare il permesso per questa particolare attività ma solo per fatto che i ragazzi non sarebbero stati a scuola.
Uno dei nuovi compagni si era appena trasferito qui dagli Stati Uniti con la sua famiglia, e non poteva credere ai suoi occhi. Ha detto che nel suo paese la scuola non avrebbe mai e poi mai dato il permesso ad un' attività del genere. Un suo compagno di classe è stato sospeso e spedito dallo psicologo per aver scritto in un tema che gli piacciono i film con gli zombie.

Mi figlio mi ha chiesto che cosa ne pensassi. Un adolescente che chiede un'opinione ad un genitore, qualunque sia il tema, è un evento che gode della stessa probabilità di un eclissi solare, e va quindi trattato con lo stesso riguardo, perché non si ripresenterà se non forse un'altra sola volta nella vita.

E così ho detto: certo, hanno queste misure preventive estreme a causa di tutti gli episodi di violenza con armi da fuoco che affliggono il loro paese. Ma secondo me non sono di certo i film con gli zombie il problema. È un po' come se si cercasse di dimagrire mangiando solo zucchero perché è senza grassi:
È vero.
Ha a che fare con il problema che stiamo cercando di risolvere.
È un passo forse nella direzione giusta.
Ma è semplicemente una stronzata colossale.

Al che mio figlio ha risposto, con l'entusiasmo riservato alle mie opinioni soltanto quando si presentino impreziosite da una parolaccia:
ESATTAMENTE.

Tuesday, November 15, 2016

of the Titanic-Aladdin paradox -- sul paradosso del Titanic e di Aladino


So I met this lovely girl who is a filmmaker and wants to produce a documentary about expats. I thought this was a good idea, given the mystery and general misconceptions surrounding these somewhat mystical and elusive creatures.
What surprised me, was that this lovely girl had never been an expat herself, which made me wonder what might have sparked her interest in us in the first place, accustomed as we are to being dismissed by the outside world as arrogant, patronising, privileged, SUV-driving whiny bitches.

She knew NOTHING, so I could unload.

The unbalance, the resentment, and their lovely child: the recognition paradox, which took proper form into my mind and was put into words right there and then, as I spoke to her, like a perfect portrait made by few masterful brushstrokes.

So I said.
The wife is usually the accompanying spouse, meaning that the family has been sent overseas on a contract with the husband's name on it. What the wife does, while changing home/country/language/culture/car/friends/food/life every couple of years, is become a professional relocation master, dealing in several countries with all the little details that daily life is made of, while often in the meanwhile popping out a couple of kids in foreign hospitals where nobody speaks her mother tongue. Which is by the way where the term mother tongue comes from: "The language to be spoken while becoming a mother".
She also becomes a master at denying her own needs, and at trying to suppress the discomfort of not being financially independent.

He is the captain of the ship, determining the route, looking into the horizon with a look of purpose in his eyes and his subordinates patting him on the back, while she is down below deck sweating, swearing and shovelling coal into the engines, so that everything runs smoothly.

BUT!
This is the image the rest of the world gets: she is getting a free ride to a luxury lifestyle thanks to his dedication and hard work. She travels the world, doesn't need to work, drives her SUV, hangs out at Starbuck with her expat friends. A free ride on on somebody else's ticket.

She is Jasmine when Aladdin takes her for a ride on is magic carpet while he sings: I can show you the world, shiny shimmering splendid. But then he wisely leaves out the following verses: Tell me princess, now when did you last let your heart decide. AH! The expat-Aladdin is smart enough to never go there.

But then there are also change and courage, and their lovely child: adventure.
And books, art, wine, poetry, and music, and all the other things you don't need to survive.
Or according to that other paradox discovered by Matt Haig's alien after visiting the earth: exactly the things you need to survive.

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Quindi ho conosciuto questa ragazza deliziosa che lavora come produttrice cinematografica e che vorrebbe girare un documentario sugli expat. O meglio SULLE expat. Ho subito pensato che si trattasse di un'ottima idea, considerato il mistero ed i pregiudizi che generalmente circondano queste creature mistiche ed inafferrabili.
Sono rimasta sorpresa dal fatto che questa ragazza deliziosa non fosse mai stata lei stessa un'expat, e mi sono chiesta che cosa avesse potuto suscitare il suo interesse nei nostri confronti, abituate come siamo ad essere considerate dal resto del mondo come delle stronze arroganti, saccenti, privilegiate e lamentose alla guida dei nostri SUV.

Non ne sapeva niente, e quindi ho VUOTATO IL SACCO.

Lo sbilanciamento, il risentimento, ed il loro figlio prediletto: il paradosso del riconoscimento, che ha preso forma chiaramente per la prima volta proprio nel momento in cui gliene parlavo, un ritratto accuratissimo fatto con poche pennellate perfette.

Le ho detto.
La moglie di solito è quella al seguito, che accompagna, perché generalmente la famiglia è stata spedita all'estero con un contratto di lavoro su cui brilla il nome del marito. Brilla perché la stella è chiaramente lui. Quello che la moglie fa invece, mentre ogni pochi anni cambia casa/nazione/lingua/cultura/macchina/amici/cibo/vita, è diventare un'esperta in traslochi, una maestra nel risolvere in giro per il mondo i mille piccoli problemi di cui è fatta la vita quotidiana, dando nel frattempo alla luce anche un paio di pargoli in ospedali stranieri in cui nessuno parla la sua lingua madre. Eh si, perché è da qui che proviene il termine stesso, lingua madre: "la lingua in cui parlare mentre si diventa madre".
Diventa anche un'esperta nell'arte di rinnegare le proprie necessità, ed una maestra nel cercare di ignorare il disagio del non essere economicamente indipendente.

Lui è il capitano della nave, decide la rotta scrutando l'orizzonte con determinazione, con i suoi sottoposti che gli danno pacche d'approvazione sulle spalle, mente lei è sotto coperta che suda e impreca spalando carbone nel motore ed oliando gli ingranaggi in modo che tutto possa continuare a filare liscio.

MA!
Questa è l'immagine che invece il resto del mondo vede: lei ha vinto un giro gratis in un mondo di lusso grazie all'eroico impegno lavorativo di lui. Non ha bisogno di lavorare, guida il suo SUV, si trova da Starbucks con le sue altre amiche viziate. Un biglietto gratuito per merito di qualcun altro.

Lei è come Jasmine quando Aladino la porta a fare il giro del mondo sul suo tappeto volante e le canta: Posso farti vedere tutto il mondo, meraviglioso, abbagliante, splendido. Per poi saggiamente fermarsi prima del verso seguente che dice: dimmi, principessa, quand'è stata l'ultima volta che hai deciso tu qualcosa? AH! L'Aladino-expat sa bene che quello è un argomento che è meglio non toccare.

Ma poi ci sono anche il cambiamento, ed il coraggio, ed il loro figlio prediletto: l'avventura.
Ed i libri, l'arte, il vino, la poesia, la musica e tutte quelle altre cose che non servono per sopravvivere.
O secondo quell'altro paradosso scoperto dall'alieno di Matt Haig dopo aver vissuto sulla terra: tutte quelle cose che servono per sopravvivere.







Friday, November 11, 2016

of the boobs' passport -- sul passaporto tettone

So now that I have taken my Swiss citizenship test, I already feel different, I feel more at home.
Sure it's just a piece of paper, but so are marriage, a ticket for a Robbie Williams concert or a love letter (the two latter concepts being identical).
I will still need to wait for a while, as I have been told that I will receive a letter explaining the "next steps" (probably fondue tasting a yodel crash course).

The first time I go through immigration with my red passport, it will feel strange, because unlike the other people in my family, I have always only had one, original citizenship.

I think I will feel a bit self conscious and under observation. Sort of like after a boob-job:
"What do you mean fake? I swear it's real, all natural!"

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Adesso che ho passato il test per la cittadinanza svizzera, già mi sento un po' diversa. Più a casa.
Si lo so che è soltanto un pezzo di carta, ma lo sono anche il matrimonio, un biglietto per un concerto di Robbie Williams o una lettera d'amore (gli ultimi due concetti sono ovviamente identici).
Dovrò aspettare ancora un po', mi hanno detto che mi spediranno una lettera con la descrizione dei prossimi passi (probabilmente una degustazione di fonduta e un corso intensivo di yodel).

La prima volta che rientrerò in Svizzera col mio passaporto rosso, sarà un po' strano, perché a differenza degli altri membri della mia famiglia, ho sempre solo avuto la mia unica, cittadinanza originale.

Mi sentirò un po' insicura ed osservata. Come dopo un'operazione per aumentare il seno:
"Ma come falso? Ma no, lo giuro, è tutto naturale!"





Thursday, November 10, 2016

of the swiss lover -- dell'amante svizzera


WARNING: DO NOT ATTEMPT TO PRONOUNCE ANY OF THE GERMAN WORDS IN THIS POST WITHOUT THE PROFESSIONAL SUPPORT OF AN EXPERIENCED SPEECH THERAPIST!!

So yesterday I had my Einbürgerungsgespräch.
It's the interview to obtain the Swiss passport during which my knowledge of the German language and of the Swiss political system was thoroughly scrutinised.
Needless to say, I kicked ass.
The decision to acquire the Swiss citizenship has been motivated by the fact that even a constantly moving family, needs to drop anchor. Especially when the other passports the kids possess are those of lands where 1. they go to visit their grandparents and 2. they happened to be born because of their parents' restlessness. It's always the parents' fault.
I will not state the obvious by saying that the reason I love this country is because of its national pro capita intake of chocolate (22kg / year) or because every person at the supermarket's cashier always has among its groceries at least one bottle of wine. These two elements would be enough to define my promised land. But there is more:

All politicians in CH are part-time politicians, they engage in public service while keeping their original job. THEY WORK. And they use public transportation, even the Bundespräsident.
They have no bodyguards and the concept of service car, is unknown. In 2014 Didier Burkhalter was famously photographed (by a foreigner because no Swiss person thought much of it) waiting for the train like the rest of us at the Neuchatel station. (http://www.blick.ch/news/schweiz/burkhalter-ohne-bodyguards-am-bahnhof-der-pendelnde-bundespraesident-begeistert-das-netz-id3100905.html)

The grace and civility of daily life, and the courtesy of drivers, who while approaching a yielding line of traffic, would diligently let the cars in with an alternating pattern like the teeth of a smooth gliding zipper of cars.
Flashing your headlights in Switzerland actually means "you first" rather than "dare to pass me and I'll kill you" like in some other countries I will not mention.

The trust I see in the merchandise that shops leave outside during the night. As some astonished onlooker once said (I will not say where he is from, nor that he is my brother): why pay during the day for something that at night is for free???

The Swiss maniacal recycling from which Freitag bags were born. (www.freitag.ch)

The love for the outdoors and the fuck the weather attitude. Whether is never a defining factor.
Outdoor movies under a hailstorm? Done.

The power of the people through their many political rights.

The Fonduetram, self-explanatory.

The variety of cultures enclosed in its many Kantons.

The Swiss quiet tolerance for other people's sexual preferences. Public figures' sexual orientation is never an issue.

The local festivals with the enthusiastic participation of the younger generations.

Snot and dust covered kids at the park, dressed in second hand clothes, snacking on fruits and carrot sticks.

The ubiquitous kindness and efficiency of public employees.

The peculiarities of the German language. Yes, I never thought I'd say this one day. I know many of its never-ending words have left me frustrated, tongue-twisted and with a sore throat for days, but where else can you find so much magic contained in one long perfect word?
Try Räbelichtliumzug. Literally: a procession of small lanterns made from turnips.
The Swiss children's St. Martin's tradition and soon mine too.

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ATTENZIONE: NON PROVATE A PRONUNCIARE NESSUNA DELLE PAROLE IN TEDESCO DI QUESTO POST SENZA IL SUPPORTO DI UN ESPERTO LOGOPEDISTA.

Quindi ieri ho avuto l' Einbürgerungsgespräch. È l'intervista per ottenere il passaporto svizzero in cui la mia conoscenza del tedesco e del sistema politico locale, sono stati messi sotto attento scrutinio.
Ovviamente sono stata un mito.
La decisione di prendere la cittadinanza svizzera è nata dal fatto che anche una famiglia in transito come la nostra ha bisogno ad un certo punto di gettare l'ancora. Specialmente quando gli altri passaporti che i ragazzi già possiedono sono quelli di nazioni in cui 1. si va a trovare i nonni e 2. sono nati per caso grazie allo spirito irrequieto dei loro genitori. La colpa è sempre dei genitori.
Adesso non mi metto certo a dire cose ovvie tipo che il mio amore per questo paese è dovuto al consumo pro capite di cioccolato (22kg all'anno) o che alla cassa del supermercato tutti hanno nella spesa sempre almeno una bottiglia di vino. Già questi due elementi sarebbero sufficienti per definire la mia idea di terra promessa. Ma c'è di più:

Tutti i politici in CH sono militanti nel senso che svolgono il proprio ruolo come rappresentanti del popolo mentre allo stesso tempo mantengono il loro lavoro! LAVORANO! E prendono i mezzi pubblici, perfino il Bundespräsident, presidente del consiglio federale. Niente guardie del corpo ed il concetto di auto blu è sconosciuto.
Nel 2014 una foto Didier Burkhalter alla stazione di Neuchatel mentre aspetta il treno come tutti noi comuni mortali, ha fatto scalpore nella comunità internazionale, per gli svizzeri invece non c'era niente di strano. (http://www.blick.ch/news/schweiz/burkhalter-ohne-bodyguards-am-bahnhof-der-pendelnde-bundespraesident-begeistert-das-netz-id3100905.html)

Il senso civico e l'armonia che dominano la vita quotidiana, e l'estrema cortesia degli automobilisti, che di fronte ad una fila di macchine che si immettono, le lasceranno passare ad una ad una intercalandosi e avanzando come i denti di una cerniera lampo.
E gli abbaglianti qui vogliono dire "passa pure" e non "se provi a passare ti ammazzo" come da altre parti.

La fiducia nell'onestà. I negozianti lasciano parte della loro mercanzia fuori durante la notte, specialmente se si tratta di articoli pesanti esposti sul marciapiede. Come notato un giorno da un testimone che non ci poteva credere (e non starò a dire di che paese fosse, né che si trattava di mio fratello): perché si dovrebbe pagare di giorno per qualcosa che di notte è gratis?

L'ossessione e l'arte degli svizzeri per il riciclare. Da cui sono nate le borse Freitag. (www.freitag.ch)

L'amore per l'aria aperta e come se ne fottono delle condizioni atmosferiche, che non sono mai rilevanti. Cinema all'aperto sotto una tempesta di grandine? Fatto.

Il potere del popolo protetto dai tanti diritti di partecipare alla politica.

Il Fonduetram. Non serve dire altro.

La varietà di culture incasellate nei diversi cantoni.

La rispettosa tolleranza nei confronti delle preferenze sessuali altrui, che non vengono mai tirate in ballo quando si parla di personaggi pubblici.

I tanti festival locali a cui partecipano entusiasticamente anche i giovani.

I bambini moccolosi e infangati al parco che fanno merenda con la frutta o mordendo una carota.

L'onnipresente gentilezza ed efficienza dei dipendenti pubblici.

Le particolarità della lingua tedesca. Ebbene si, non avrei mai pensato che un giorno l'avrei detto. Ed è vero che tante parole composte mi hanno lasciata con la lingua annodata ed il mal di gola per giorni, ma in quale altra lingua si trova così tanta magia dentro una sola, lunghissima parola?
Come Räbelichtliumzug.
Letteralmente: una processione di piccole lanterne fatte con le rape.
La tradizione di San Martino dei bambini svizzeri e presto anche la mia.

(pic from Oops-Lah blog)






Friday, November 4, 2016

of the third mosaic -- sul terzo mosaico

I've read this wonderfully inspiring quote about different cultures: they are like mosaics, in order to see what they are made of, you need to come close enough.
It made me think of the famous "third culture kids" definition of expat children.
Are all expats part of the "third culture"?
It's an expression that never fails to irritate me.
It's simply a fancy definition for "a random flow of adventurous spirits in various degrees of confusion".
This is a more realistic definition for us expat.
But let's call it "third culture" for simplicity's sake, and let's consider ourselves a mosaic.
Even the best intentioned observer after taking a look, will soon discover that with a widespread confusion of such magnitude,  he/she is bound do feel dizzy and leave us alone.
But like we say in Italian, among two contenders, IT'S THE THIRD WHO HAS THE MOST FUN.

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Ho letto questa bellissima citazione riguardo alle diverse culture: sono come dei mosaici, per vedere di cosa sono fatte bisogna avvicinarsi.
Mi ha fatto venire in mente la famosa definizione dei figli di expat che sarebbero "bambini della terza cultura".
È forse questa terza cultura a cui apparteniamo tutti noi espatriati, grandi e piccini?
È un'espressione che per qualche motivo mi irrita.
Si tratta infondo di una definizione chic per "un movimento casuale di spiriti avventurosi in vari stati confusionali".
Ecco questa è una definizione più realistica del mondo expat.
Ma chiamiamola lo stesso "terza cultura" per semplicità, e consideriamoci un mosaico.
Anche l'osservatore armato dalle migliori intenzioni dopo aver dato un'occhiata si accorgerà che la confusione generale è di tale entità, da fargli venire il mal di mare, e farlo subito scappare.
Però è un po' come tra i due litiganti.  È sempre IL TERZO CHE GODE.

Wednesday, November 2, 2016

Of the food of the heart ---Sul cibo del cuore


So yesterday I had a business dinner and when I was finished, instead of rushing home, I decided to let them miss me. Them being the two grumpy teenagers and the lovely husband who for once happened to be home and not in a land far far away.
I went into a nice place overlooking one of the most beautiful squares in Zürich and ordered a Pfefferminztee while I went over some work.
At the next table were two young Italians, a lady and a guy,  and since it is not only impolite but also morally wrong to eavesdrop on strangers, I stretched my ears so that I could hear their conversation.
They were of course talking about food.
I must remind the inattentive reader that Zürich is an extremely expensive city, that offers top-quality international cuisine. I must also remind the inattentive reader that I too am from Italy but after 20 years travelling the world (alright, 19), I find myself in that twilight zone which is a mix of roots and wings that substitutes the comfort zone of a more stable lifestyle.
So this is what the lovely couple said:
Ragazzo: "I really miss Italian food. Italians need pasta. That's it. No matter how much fancy food we try, we need pasta to survive."
Ragazza: "I know. I had some friends visiting. They wanted pizza so we went for pizza. They didn't speak to me for the rest of the day because although they paid 30 bucks for it, it wasn't real pizza".
Ragazzo: "I know, it's because the ingredients are not fresh. That's why when I go out, I have learned to never have pizza." He was admittedly eating sushi. Switzerland is famously a landlocked country, so much for fresh ingredients...But then he went on: "Oh, but you were in Japan! You must have had the REAL sushi there."
Ragazza (and I swear I saw this coming): "yes, but it wasn't good".
This was a perfect case of Italians living abroad. My compatriots who live abroad have two long lived traditions:
1. they complain non-stop about everything that in their own country is supposedly much better than anywhere else.
2. they always seek Italian food, no matter where they live.
I had friends in Tokyo who only went to Italian restaurants. And Tokyo is the Disneyland of tastebuds. I also have friends who always fly Alitalia and put up with its legendary strikes and delays, so that they can have espresso on board.
Mix the two ingredients and there you have it, the main topic of conversation of every community of Italians abroad.
Weirdly reassuring.

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Ieri dopo una cena di lavoro, invece di correre a casa ho deciso di lasciare che sentissero un po' la mia mancanza. Intendo i due teenagers scorbutici ed il mio caro marito che per una volta non si trovava in qualche posto in capo al mondo.
Sono andata in un bel locale con vista su una delle più belle piazze di Zurigo e mi sono ordinata un Pfefferminztee mentre riguardavo degli appunti.
Al tavolo vicino al mio c'erano due giovani italiani, un ragazzo ed una ragazza e visto che è non solo da maleducati ma anche moralmente sbagliato ascoltare le conversazioni degli altri, ho allungato le orecchie più che potevo per sentire cosa si stavano dicendo.
Ovviamente stavano parlando di cibo.
Devo ricordare al lettore distratto, che Zurigo è una città carissima che offre cucina internazionale di ogni tipo e di altissima qualità. Devo anche ricordare al lettore distratto, che anch'io sono italiana, ma dopo 20 anni in giro per il mondo (ok, 19...) mi trovo culturalmente in quella strana zona ai confini della realtà che è un miscuglio di radici e ali, che ha sostituto la zona di sicurezza fatta di riferimenti certi di chi vive una vita più sedentaria.
Ecco cosa si sono detti:
Lui: "A me manca il cibo italiano. Noi italiani abbiamo bisogno della pasta. È così e basta. Anche se proviamo tutti gli altri cibi del mondo, ci serve la pasta per sopravvivere."
Lei: "Lo so. Sono venuti dei miei amici a trovarmi e volevano la pizza. Siamo andati a mangiare la pizza e per il resto del giorno non mi hanno rivolto la parola. Non solo hanno speso 30 sacchi, ma non era nemmeno pizza!"
Lui: "Eh, lo so, è perché mancano gli ingredienti freschi! Io infatti quando esco non mangio mai la pizza."
In effetti si stava mangiando un piatto di sushi. La Svizzera non ha sbocchi sul mare, approposito di ingredienti freschi...ma poi ha continuato: "Ah, già ma tu sei stata in Giappone, hai potuto assaggiare il VERO sushi!"
Lei (e giuro che sapevo che l'avrebbe detto): "Si, si, ma non era buono..."
Questo era un tipico caso di italiani all'estero. I miei cari compatrioti espatriati hanno due tradizioni di ferro:
1. si lamentano di continuo di ogni cosa che ovviamente nel loro paese d'origine è mille volte meglio.
2. cercano sempre cibo italiano, indipendentemente da dove vivono.
Avevo amici a Tokyo che uscivano a cena solo per andare in ristoranti italiani, e Tokyo è la Disneyland delle papille gustative.
Ho anche amici che volano solo Alitalia fendendo scioperi e ritardi pur di poter bere il caffè espresso a bordo.
Mescola i due ingredienti ed eccolo lì: il principale argomento di conversazione delle comunità di italiani all'estero. Stranamente rassicurante.



Friday, October 28, 2016

Of the relative expat -- Sulla relatività degli expat

So everywhere I turn there seems to be extreme polarity .
This diametrical opposition on every issue with no middle makes me feel uncomfortable, because I always believed in more things at once.
I am a serial expat and the middle is my comfort zone because I’ve been outside of my original comfort zone for so long. But even here I’ve felt uncomfortable.  
Because I’ve been told that refusing to be on one side, means being infected with relativism. A concept often compared to superficiality, because of its convenient lack of commitment.  It’s the doctrine that any truth exists in relation to culture, society or historical context and is not absolute
It seems the necessary step the human conscience needs to take in order to keep up with globalization. And that too, being an expat, seems evident.
People take refuge in extreme stances when they are scared of change.
Change is every expat’s daily bread.
People seek comfort in an exaggerated parody of their believes, which gives them security. It is happening in the US presidential elections, but it is happening everywhere else too, the only difference being that the US, as usual, is just more in the spotlight than other countries.
After chasing this thought in my mind for a very long time, I stumbled on a conference held by a gay activist who was talking about this and said:
The opposite of polarity is duality. Duality is the state of having two parts in simultaneous existence. Duality is the ability to hold both things”.
For us expats it's being home but not really. Is talking daily in a language that’s not ours. Is having new friends at every posting, who become our family though we’ve just met them. For me it’s using public transportation and being a recycling maniac and still shaving my legs and hating Birkenstock.
That’s the expat’s duality. And yes it might be all relative, but it’s very true.
Not surprisingly Mr. Einstein celebrated it with his famous theory.

E=mc2. Expatriates = masters of change. Square.
And that's why we should rule the world.

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Ovunque mi giri sembra esserci solo una grande polarizzazione di opinioni. Questa opposizione estrema senza centro mi mette a disagio, perché ho sempre creduto in più cose allo stesso tempo.
Sono un'espatriata seriale e il centro è la mia zona di sicurezza perché da tanto tempo vivo fuori dai miei riferimenti, dalla mia zona di sicurezza originale.  Ma anche qui mi sono sentita a disagio.
Perché mi sono sentita dire che rifiutarsi di prendere una posizione decisa, significa essere malati di relativismo. Un concetto che è spesso considerato sinonimo di superficialità. È la dottrina secondo cui qualsiasi verità esiste soltanto in relazione alla cultura, società e contesto storico in cui si trova e quindi niente può essere considerato assoluto
È il passo necessario che la coscienza umana dovrà prendere per tenere il passo con la globalizzazione, e questo da expat mi sembra ovvio.
Le persone si rifugiano dietro a posizioni estreme quando hanno paura del cambiamento.
Il cambiamento è il pane quotidiano di ogni expat.
Le persone tendono a cercare conforto in una parodia esagerata di ciò in cui credono, per sentirsi al sicuro. Sta succedendo nelle elezioni presidenziali americane, ma sta succedendo anche in tutto il resto del mondo, solo che gli Stati Uniti sono come al solito sotto i riflettori.
Dopo aver inseguito a lungo questi pensieri, mi sono imbattuta in una conferenza di un'attivista gay che parlava proprio di questo, e diceva:
"L'opposto della polarizzazione è il dualismo. Il dualismo è la condizione in cui due parti convivono. È la capacità di afferrare (e credere) due cose allo stesso tempo."
Per noi expat significa essere a casa ma non proprio. Significa parlare quotidianamente una lingua che non è la nostra. Significa incontrare sempre nuova gente in ogni posto in cui ci trasferiamo, e trasformarli nella nostra famiglia. Per me significa usare i trasporti pubblici e riciclare in maniera maniacale anche se mi depilo le gambe e odio i sandali Birkenstock. 
È la dualità dell'essere expat. E pur essendo relativa, è reale.
Non a caso il signor Einstein ci ha dedicato la sua teoria più celebre:

E=mc2. Espatriati= maestri del cambiamento. Al quadrato.
Ed è per questo che dovremmo governare il mondo. 


Wednesday, October 26, 2016

Of adoption and the promiscuity of music -- Sulle adozioni e la promiscuità della musica


So first and foremost about adoption. Because there are two great chicks I've stumbled upon in this strange world populated by rambling bloggers I am so lucky to consider myself a part of, who are adoptive moms, and enjoy educating the rest of us about the nuances of this qualification, which are not evident to the eye of the casual observer.
Their posts always provoke a whirlwind of replies from both biological and adoptive moms, about the differences between the two categories. I was prone to thinking that there is basically no difference, considering that these mythological creatures who carry the weight of the world and all of society on their shoulders I also am so lucky to consider myself a part of, are just moms, wonderful, do-the-best-I-can, struggling and love-poisoned moms.
But then one of these adoptive moms, who I will call Alice because it's her name, mentioned the famous Kahlil Gibran quote that says that children don't belong to their parents. It says that we are merely "the bows from which your children as living arrows are sent forth." Alice said that she is not the bow. Being an adoptive mom, she is merely the air through which the arrow flies.
And that's when I had to put my foot down. Because nobody is allowed to call my friend Alice AIR.
There are several parts to the bow. There is the bow itself that gets all the credit, but although it's made of the same wood of the arrow, without the string it would be useless. So adoptive moms are perhaps that string that allows the arrow to be "sent forth", without them there would be no flight.
So there. I think I've made my point.

Last night I was in bed with Spotify. The house was dark and quiet, everybody was asleep and I had my earbuds blasting in my ears. I swam upstream through my memories all the way to the 80s and 90s and each song I listened to opened a door to another emotion and made me download a song connected to that memory. I went all the way to Say you say me by Lionel Ritchie, and that night with T when I was 16.
Back then to listen to the songs we liked, we had to wait for them to be played on the radio and could never hear the beginning or the end because the dj would be talking over them. And now it's just click, download and rob me of my sleep as I jump from song to song, like stepping stones across the stream of my memories.
Damn you, Spotify.

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Allora, prima di tutto sulle adozioni. Perché ci sono due fantastiche ragazze in cui mi sono imbattuta in questo strano mondo popolato da bloggers deliranti di cui ho la fortuna di fare parte, che sono mamme adottive, e ci tengono ad educare il prossimo riguardo alle sfumature di questa definizione, che all'osservatore disattento possono essere sfuggite.
I loro posts scatenano sempre un turbine di risposte e commenti da parte di mamme adottive e biologiche riguardo alle differenze tra le due categorie. Da parte mia ho sempre pensato che non ci fossero grandi differenze, considerato che queste creature mitologiche che portano il peso del mondo e di tutta la società sulle proprie spalle, di cui anch'io ho la fortuna di fare parte, sono semplicemente mamme, mamme meravigliose che fanno sempre del proprio meglio, mettendoci l'anima, ubriache di amore.
Ma una di queste mamme adottive che chiamerò Alice perché è il suo nome, ha quotato Kahlil Gibran e la famosa frase secondo cui i figli non appartengono ai propri genitori, che sono invece "l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti."
Alice ha detto che lei non è l'arco. Che da mamma adottiva è al massimo l'aria attraverso cui la freccia vola.
E allora ho dovuto incazzarmi, perché nessuno può chiamare la mia amica Alice ARIA.
L'arco è composto da diverse parti: c'è la parte anteriore da cui l'oggetto prende il nome, che nonostante sia fatta dello stesso legno della freccia, senza la corda sarebbe inutile, inutilizzabile. Quindi le mamme come Alice sono forse quella corda che permette alla freccia di essere "lanciata in avanti", e senza di loro non ci sarebbe nessuno volo. Ecco. Penso di essermi spiegata.

La notte scorsa ero a letto con Spotify.
La casa era silenziosa e tutti dormivano, ed io ero lì con le cuffiette cacciate nelle orecchie. Ho nuotato controcorrente attraverso mille ricordi fino agli anni 80 e 90 ed ogni canzone che ascoltavo me ne faceva scaricare un'altra, con l'iphone nascosto sotto al piumone come fanno di sicuro anche i miei figli quando penso che stiano dormendo ed invece sono su snapchat coi loro amici.
Sono arrivata fino a Say you say me di Lionel Ritchie e quella notte con T quando avevo 16 anni.
Per sentirla allora dovevamo aspettare che la suonassero alla radio, e non potevamo mai sentire l'inizio e la fine, perché quello scemo del DJ ci parlava sopra. E adesso è tutto click, scarica e rubami il sonno mentre salto da canzone a canzone come pietre attraverso il fiume dei mei ricordi.
Maledetto Spotify.

(pic from Can Stock Photo)

Monday, October 10, 2016

Of TGT (the grumpy teenager) -- Su LAS (l'adolescente scorbutico)


So today typical Monday morning Salvador-Dali-painting-like scenario: kids getting ready for school, parents swearing in all the languages they know because although this is a ritual that has been repeated identical every morning for years, we cannot seem to manage it.
You can teach teach a pig to surf (statement supported by youtube evidence), but you cannot teach a teenager to be on time.
TGT (the grumpy teenager, main character of this story) looks for his favorite sweatshirt and not surprisingly cannot find it. Blames me, TVPM, the very patient mother, aka TS (the saint) for not returning it to his closet after washing it.
In a dramatic turn of events, the sweatshirt eventually turns up, it was under TGT's bed, frolicking with some moldy socks, so it clearly cannot be worn among humans in a classroom.
After TGT angrily leaves for school, TS finds the above-mentioned sweatshirt tossed on the floor halfway between TGT's bedroom and the laundry room, probably crawling on its own towards the washer and begging for mercy.

TS flips out her phone and warns TGT via message that my maid service to pick up his dirty stuff from the floor will cost him 20 bucks.
TGT replies that 20 bucks is what he made in three hours during his summer job, and that he will pay  no more than 20 cents.
TS lets TGT know that he was getting paid minimum wage during his summer job, because of lack of qualifications, whereas this particular maid has a masters degree and is therefore very expensive.
TGT replies that he will NEVER give me that much money.
But then in TGT's highly hormonally intoxicated brain, a sudden, terrifying realisation: this very expensive maid he is arguing with, is the same person who is in charge of his monthly allowance, and has therefore veto power over all of his assets.
Conciliatory phone call immediately ensues.
(The sweatshirt has in the meanwhile gone back to its original splendour and no person or animal was  harmed during its capture).

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Dunque, stamattina tipico lunedì mattina con scene da quadro si Salvador Dalì: i ragazzi che si preparano per la scuola ed i genitori che cristonano in tutte le lingue perché nonostante si tratti di un rituale che si ripete invariato quasi tutte le mattine da anni, ancora non abbiamo imparato.
A quanto pare è possibile insegnare ad un maiale ad andare sul surf (come dimostrato da Youtube), ma non è possibile insegnare ad un adolescente ad essere puntuale.
LAS (l'adolescente scorbutico, protagonista di questa bella storia) cerca la sua felpa preferita e come previsto, non la trova. Dà come da copione la colpa alla MEP (madre estremamente paziente) che è però meglio conosciuta in tutto il mondo come QS (quella santa), accusandola di non aver rimesso la felpa nell'armadio dopo averla lavata.
In un finale mozzafiato, la felpa salta fuori: era sotto al letto di LAS che se la faceva con un paio di calze ammuffite, quindi chiaramente non può essere indossata in presenza di altri umani, benché tutti appartenenti alla stessa tribù.
Dopo che LAS tutto scocciato esce di casa, QS si ritrova la famosa felpa sbattuta per terra a metà strada tra la camera di LAS e la lavanderia: chiaramente sta cercando di raggiungere da sola la lavatrice strisciando per terra e invocando misericordia.

QS estrae il telefono e scrive a LAS che il servizio di raccattafelpe da parte di questa domestica, gli costerà 20 $.
LAS risponde indignato che quello è quanto prendeva per tre ore di lavoro durante il suo impiego estivo e che per raccattare la felpa mi darà al massimo 20 cent.
QS gli fa allora sapere che il motivo per cui la questa particolare domestica è così costosa, è che ha una laurea e anche un master, servizio di prima classe insomma.
LAS risponde sarcastico che giammai mi darà quei soldi. Ma poi la nebbia fitta del lunedì mattina che offusca il suo cervello intossicato di ormoni si dissipa lasciandolo con una terrificante realizzazione: Questa domestica con cui sta discutendo è la stessa persona che gli gonfia il portafoglio il primo giorno di ogni mese ed ha quindi potere di veto su tutti i suoi futuri possedimenti e divertimenti.
Piove immediatamente telefonata conciliatoria.
(La felpa nel frattempo si è fatta un bel giro in lavatrice ed è ritornata al suo originale splendore, la sua cattura non ha recato danno o disturbo ad animali o persone).

Monday, October 3, 2016

Of what grows in the garden -- Su quel che cresce in giardino


Today it's my darling husband's first day on his new job. He left the giant engineering company he worked for, to take on another one, even more gigantic. Because that's the way he is: he cannot be still and constantly needs to be on a bed of nails to feel that he's making the most of his time.

I have only one thing to say to this: HALLELUJAH!

Because before this blessed day of rejoicing, he had been on a Garden Leave, which according to Wikipedia is the practice where an employee, having resigned, is instructed to stay away from work during the notice period, while still remaining on payroll.

My ass!

More like the practice where a husband, having resigned, is driving his wife nuts during the notice period, because he feels like he is on vacation and expects her to adjust every bit of her very busy life to make the most of their time together, while at the same time being conspicuously absent (and conspicuously on the phone) during those daily emergencies that turn family life into a Tarantino movie.  


So the only thing that grows in this "garden" are the weeds of divorce.

I will get the papers ready in case he ever thinks of changing job again.

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Oggi il mio caro maritino è ritornato a lavorare, ha lasciato la gigantesca ditta di ingegneria per cui ha lavorato finora per buttarsi in un'altra ancora più enorme. Perché lui è fatto così: non riesce a starsene tranquillo, e per sentire che sta vivendo a pieno la sua vita, deve costantemente essere su di un letto di chiodi.

Ho soltanto una cosa da dire riguardo al suo ritorno al lavoro: ALLELUIA!!

Perché prima di questo giorno glorioso, aveva dovuto fare qualche mese di Garden Leave (letteralmente licenza giardino), o licenza forzata, che secondo Wikipedia è la pratica secondo cui un dipendente, avendo dato le dimissioni, è costretto a non presentarsi più sul luogo di lavoro per tutto il periodo di preavviso nonostante continui a ricevere lo stipendio.

Ma col cavolo!

Piuttosto direi la pratica secondo cui un dipendente, avendo dato le dimissioni, spacca le palle alla moglie per tutto il periodo di preavviso aspettandosi, siccome si sente in vacanza, che lei riaggiusti tutta la sua complicatissima giornata per godersi insieme il tempo a disposizione. Salvo poi sparire misteriosamente durante tutte le emergenze quotidiane che trasformano la vita di famiglia in un film di Tarantino.

Quindi l'unica cosa che cresce in questo giardino, sono le erbacce del divorzio.
Preparerò già i documenti nel caso gli venga mai in mente di cambiare lavoro un'altra volta.


Wednesday, September 28, 2016

Of school and Princess Leia -- Della scuola e la principessa Leia


So I was reading this post from another expat-blogger that I follow, who is a strong, kick-ass woman who is living proof that the walls destiny places in front of us, are just there to let us prove how much we really want things.
Her post was about her kid starting kindergarten and her first taste of how the school system will try to correct her perfect little kid.
My kids have grown up across three continents with three very diverse cultures, four if we include my own. Five if we include my husband’s. Everywhere we have been, there was always something they needed to correct, according to local standards. We had the need for learning support (which I reassured the teacher we’d take care of but never did), need for corrective shoes (which we never got because slightly inward feet were considered a gift in the country where we lived before, as they give an extra edge in running), need for a speech therapist, because the tongue needed help pronouncing some words, concentration training because when my daughter was in kindergarten and they gave her three instructions she’d only pay attention to the first two (I wonder who she got that from...what was I saying?). Then physiotherapy because one of my kids’ joints were (my personal favorite) “too flexible”. And so on.
I always made an effort to look concerned, thanked the teacher for her or his precious insight and then took my kids out to do something special to celebrate the wonder of the world’s diversity.
Now, I am sure that there are kids who benefit from some kind of support, but we as mothers know our kids best and should trust first and foremost our instinct about such suggestions. And I am also very much convinced that there is an army of therapists out there who, without the present overinflated rate of learning disabilities diagnoses, would be mopping floors at McDonald.
But this is of course NOT the point I wanted to make. 
The cultural bias I have come to see in all the countries we have lived in, including my own and my husband’s is the one against girls. The standard of grace and beauty against the boys’ standard of strength. The appalling scarcity of Princess Leia merchandise in any Disney Store in the world. The fact that when I say that my girl is a dancer, she doesn’t get the same approval as when I say she also plays soccer and hates skirts. As if by borrowing some of the characteristics that by global standards are considered masculine, she had gained an upgrade.

This is the biggest cultural shift we need for our kids. And that army of therapists should just put on their princess Leia costumes and start kicking some ass.

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Stavo leggendo un post di un'altra expat-blogger the seguo, una donna forte e coraggiosa che è la dimostrazione vivente del fatto che i muri che il destino ci piazza davanti, altro non sono se non l'opportunità di dimostrare quanto davvero desideriamo qualcosa. 
Il suo post riguardava suo figlio che inizia l'asilo e il primo assaggio di come il sistema scolastico cercherà sempre in qualche modo di correggerlo.
I miei figli sono cresciuti su tre continenti con tre culture molto diverse, quattro se includo la mia e cinque con quella di mio marito. Ovunque fossimo, c'era sempre immancabilmente qualcosa in loro che bisognava correggere per adattarsi agli standard locali. 
Ci è stato suggerito di far prendere loro ripetizioni (cosa su cui ho rassicurato l'insegnate ma che poi non ho mai fatto), di comprare scarpe ortopediche (che non ho mai comprato perché ci eravamo appena trasferiti da un paese in cui i piedi leggermente in dentro sono considerati un vantaggio in quanto permettono una corsa più veloce), di rivolgerci ad un logopedista perché la pronuncia di certe parole era difficoltosa, lezioni di tecniche di concentrazione perché mia figlia all'asilo eseguiva solo due delle tre istruzioni che le venivano date (da chi avrà mai preso...mmhh...cos'è che stavo dicendo?). Poi fisioterapia perché era (questa è la mia preferita) "troppo snodata". E avanti così.
Ogni volta facevo la faccia preoccupata e ringraziavo di cuore l'insegnate per il suo acume e poi portavo i ragazzi fuori a fare qualcosa di speciale o riempirci di gelato per festeggiare la meraviglia di questo mondo così vario.
Non voglio dire che non ci siano bambini a cui una terapia di supporto non possa essere utile, ma come mamme conosciamo i nostri figli meglio di chiunque altro, e dobbiamo innanzitutto fidarci del nostro istinto di fronte a tali suggerimenti. Inoltre sono convinta che ci sia un esercito di terapisti i quali, senza questa assurda ondata di diagnosi di disturbi dell'apprendimento, sarebbero a lavare i pavimenti da McDonald. 
Ma questo non è il punto a cui volevo arrivare. 
I pregiudizi culturali più forti che ho incontrato immutati in tutti i paesi in cui abbiamo vissuto, sono quelli che riguardano le bambine. Lo standard di grazia e bellezza rispetto a quello di forza che ci si aspetta dai maschi. La sconvolgente mancanza di prodotti con la principessa Leia in ogni negozio Disney del mondo. Il fatto che quando dico che mia figlia fa danza, non riceva la stessa attenzione e lo stesso livello di approvazione di quando aggiungo che gioca anche a calcio, e odia le gonne. Come se avendo preso in prestito alcune delle caratteristiche che vengono globalmente considerate più mascoline, avesse guadagnato dei punti.
Questa é la più grande correzione che va fatta nelle scuole. E quell'esercito di terapisti dovrebbe sbrigarsi, mettersi su i loro costumi da principessa Leia e darsi da fare.

(pic from WallsDesk.com)