Wednesday, September 28, 2016

Of school and Princess Leia -- Della scuola e la principessa Leia


So I was reading this post from another expat-blogger that I follow, who is a strong, kick-ass woman who is living proof that the walls destiny places in front of us, are just there to let us prove how much we really want things.
Her post was about her kid starting kindergarten and her first taste of how the school system will try to correct her perfect little kid.
My kids have grown up across three continents with three very diverse cultures, four if we include my own. Five if we include my husband’s. Everywhere we have been, there was always something they needed to correct, according to local standards. We had the need for learning support (which I reassured the teacher we’d take care of but never did), need for corrective shoes (which we never got because slightly inward feet were considered a gift in the country where we lived before, as they give an extra edge in running), need for a speech therapist, because the tongue needed help pronouncing some words, concentration training because when my daughter was in kindergarten and they gave her three instructions she’d only pay attention to the first two (I wonder who she got that from...what was I saying?). Then physiotherapy because one of my kids’ joints were (my personal favorite) “too flexible”. And so on.
I always made an effort to look concerned, thanked the teacher for her or his precious insight and then took my kids out to do something special to celebrate the wonder of the world’s diversity.
Now, I am sure that there are kids who benefit from some kind of support, but we as mothers know our kids best and should trust first and foremost our instinct about such suggestions. And I am also very much convinced that there is an army of therapists out there who, without the present overinflated rate of learning disabilities diagnoses, would be mopping floors at McDonald.
But this is of course NOT the point I wanted to make. 
The cultural bias I have come to see in all the countries we have lived in, including my own and my husband’s is the one against girls. The standard of grace and beauty against the boys’ standard of strength. The appalling scarcity of Princess Leia merchandise in any Disney Store in the world. The fact that when I say that my girl is a dancer, she doesn’t get the same approval as when I say she also plays soccer and hates skirts. As if by borrowing some of the characteristics that by global standards are considered masculine, she had gained an upgrade.

This is the biggest cultural shift we need for our kids. And that army of therapists should just put on their princess Leia costumes and start kicking some ass.

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Stavo leggendo un post di un'altra expat-blogger the seguo, una donna forte e coraggiosa che è la dimostrazione vivente del fatto che i muri che il destino ci piazza davanti, altro non sono se non l'opportunità di dimostrare quanto davvero desideriamo qualcosa. 
Il suo post riguardava suo figlio che inizia l'asilo e il primo assaggio di come il sistema scolastico cercherà sempre in qualche modo di correggerlo.
I miei figli sono cresciuti su tre continenti con tre culture molto diverse, quattro se includo la mia e cinque con quella di mio marito. Ovunque fossimo, c'era sempre immancabilmente qualcosa in loro che bisognava correggere per adattarsi agli standard locali. 
Ci è stato suggerito di far prendere loro ripetizioni (cosa su cui ho rassicurato l'insegnate ma che poi non ho mai fatto), di comprare scarpe ortopediche (che non ho mai comprato perché ci eravamo appena trasferiti da un paese in cui i piedi leggermente in dentro sono considerati un vantaggio in quanto permettono una corsa più veloce), di rivolgerci ad un logopedista perché la pronuncia di certe parole era difficoltosa, lezioni di tecniche di concentrazione perché mia figlia all'asilo eseguiva solo due delle tre istruzioni che le venivano date (da chi avrà mai preso...mmhh...cos'è che stavo dicendo?). Poi fisioterapia perché era (questa è la mia preferita) "troppo snodata". E avanti così.
Ogni volta facevo la faccia preoccupata e ringraziavo di cuore l'insegnate per il suo acume e poi portavo i ragazzi fuori a fare qualcosa di speciale o riempirci di gelato per festeggiare la meraviglia di questo mondo così vario.
Non voglio dire che non ci siano bambini a cui una terapia di supporto non possa essere utile, ma come mamme conosciamo i nostri figli meglio di chiunque altro, e dobbiamo innanzitutto fidarci del nostro istinto di fronte a tali suggerimenti. Inoltre sono convinta che ci sia un esercito di terapisti i quali, senza questa assurda ondata di diagnosi di disturbi dell'apprendimento, sarebbero a lavare i pavimenti da McDonald. 
Ma questo non è il punto a cui volevo arrivare. 
I pregiudizi culturali più forti che ho incontrato immutati in tutti i paesi in cui abbiamo vissuto, sono quelli che riguardano le bambine. Lo standard di grazia e bellezza rispetto a quello di forza che ci si aspetta dai maschi. La sconvolgente mancanza di prodotti con la principessa Leia in ogni negozio Disney del mondo. Il fatto che quando dico che mia figlia fa danza, non riceva la stessa attenzione e lo stesso livello di approvazione di quando aggiungo che gioca anche a calcio, e odia le gonne. Come se avendo preso in prestito alcune delle caratteristiche che vengono globalmente considerate più mascoline, avesse guadagnato dei punti.
Questa é la più grande correzione che va fatta nelle scuole. E quell'esercito di terapisti dovrebbe sbrigarsi, mettersi su i loro costumi da principessa Leia e darsi da fare.

(pic from WallsDesk.com)

Wednesday, September 21, 2016

Of the Bold and the Beautiful and grandmas -- Su Beautiful e le nonne


There are a few blogs I follow that I really like and whenever I get a notification about a new post, I am as excited as when I was a bout to watch a new episode of The Bold and The Beautiful.
I was still in high school when this sitcom started playing on TV and I'd watch it with my Grandma, I went to her home after lunch for coffee and we'd sit on her green sofa in anticipation to see who Ridge Forrester would be shagging this time around.
When I later moved to the US with my husband, I could watch episodes from the same sitcom but fast forwarded by a couple of seasons, so I would diligently send updates to my Grandma by writing her weekly letters about whose baby that actually was or who would lose his memory by falling down the stairs. Then she'd share this information with her friends in Italy and be the most popular Grandma on the block.
I thought about this today as I pondered my last post, the one about adopted kids, because my mind tends to create weird connections that at least to me make a lot of  sense. I thought of how the adoptive moms I spoke to, all seem to somehow believe that they are surrogates of the original mom. That their family is a kind of makeshift arrangement that replaces the real thing that was wrongfully denied to their little ones.
I often had the same thought about expatriate living. Which sometimes does feel like a shiny surrogate of real life. And I have often wondered how much good it would be for my kids to have visited so many places and to be fluent in so many languages, when the real thing was actually denied to them: watching The Bold and the Beautiful with their Grandma after lunch.
And I also hate it when I am told that I am lucky to be living abroad: lucky my ass, I think. There's been so much I had to give up along the way.
The thing is that there is no makeshift solution. It's all real life. It's just that everything has a price. Every choice and situation is in part the result of destiny's secret plans and clever tricks and there is just no point or time to constantly dwell on what has been given up for us to be where we are.
I happened to watch an episode of The Bold and the Beautiful a few days ago. I had a hard time recognising Ridge because admittedly he is now played by a different actor (and he also spoke German). His current wife just had a baby whose father is actually Ridge's grown-up son. I wish I could tell my Grandma, she'd love it. She'd share this information with her friends and be the most popular Grandma in heaven.

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Ci sono alcuni blog che seguo assiduamente e quando ricevo una notificazione riguardo ad un nuovo post, mi precipito a leggerlo con la stessa sensazione che avevo quando stavo per vedere un nuovo episodio di Beautiful.
Quando hanno iniziato a farlo vedere su canale 5, io ero ancora al liceo e lo guardavo con mia nonna, andavo da lei dopo pranzo a bere il caffè e ci sedevamo sul suo divano verde per vedere quale donzella Ridge si sarebbe scopato questa volta.
Quando anni dopo mi sono trasferita negli Stati Uniti con mio marito, ho scoperto che là la stessa soap era avanti di qualche stagione, così scrivevo aggiornamenti settimanali a mia nonna per informarla su di chi fosse in realtà il nuovo bambino o chi sarebbe caduto dalle scale perdendo la memoria. E lei poi se la tirava con le sue amiche ed era la nonna più invidiata del quartiere.
Mi è venuta in mente questa cosa oggi mentre ripensavo all'ultimo post che ho scritto, quello riguardo alle adozioni, perché la mia mente a volte crea delle connessioni strane che però per me hanno senso. Ho ripensato a come le mamme adottive con cui ho parlato, dessero l'impressione di pensare di essere un po' dei surrogati delle mamme originali. Che la loro fosse una famiglia un po' di ripiego, che rimpiazza quella vera che è stata ingiustamente negata al piccolo.
Ebbene, io spesso ho avuto questo stesso pensiero riguardo al vivere all'estero. Che a volte mi sembra un surrogato tirato a lucido della vita vera. E mi sono spesso chiesta che cosa mai potesse portare ai miei figli aver visitato tanti posti e parlare tante lingue, quando poi non hanno mai vissuto la vita vera che è stata loro ingiustamente negata: guardare Beautiful con la loro nonna dopo pranzo.
E anch'io odio quando mi si dice che sono fortunata a vivere all'estero: fortunata un cazzo, mi dico. Perché ha comportato tantissime rinunce.
Il fatto è che non c'é nessuna soluzione di ripiego. È tutta vita vera. È solo che ogni cosa ha un prezzo. Ogni nostra decisione è in realtà in parte il risultato dei programmi segreti del destino e non si può continuamente chiedersi il perché ed il percome abbiamo rinunciato a questo e non a quello, perché la vita passa veloce e non torna più.
Qualche giorno fa ho acceso la tele e per caso c'era un episodio di Beautiful. Ci ho messo un po' a riconoscere Ridge, primo perché parlava tedesco e secondo perché era interpretato da un altro attore. La sua moglie del momento aveva appena avuto un bambino, il cui padre in realtà è il figlio adulto di Ridge. Che figata. Vorrei poterlo dire a mia nonna, se la tirerebbe con le sue amiche ed sarebbe la nonna più invidiata del paradiso.



Sunday, September 18, 2016

Of the F-word -- Sulla F-word

So I got caught up in a discussion on another blogger's page about the fact that according to her, who is an adoptive mother, no adoptee should ever be called the F-word, fortunate, or lucky.
This is because it's a reductive and offensive term (and I know this well, because my mom uses it constantly to remind me of how I beat the odds and found a husband who puts up with me), and because adopted kids have been through abandonment, and calling them lucky denies this tragic truth.
I got out of the discussion after a while, because, admittedly, I know nothing about the psychology that surrounds adoption and didn't want to sound insensitive.
But isn't that really what luck is all about? That spitting in the face of destiny in overcoming the most adverse circumstances? Isn't that like winning at the lottery of life, if you find a family that surrounds you with love?
To further stress her point, the adoptive mom went on to ask non-adoptive parents, how many times THEIR kids have ever been called lucky.
I cannot certainly speak for the world, but I can speak from my own experience and can honestly say: plenty of times. Mostly for things related to their expatriate-status, such as moving smoothly between languages they never struggled to learn or having been living on three continents by the time they were four. And having visited Hawaii.
But not just that. Actually the time I remember most vividly is when my mother in law was visiting us, many years ago and she watched me reading the same book a million times to my child's request, doing all the voices, and the accents and even making up songs along the way while we were stuck at home because he was sick.
And my mother in law used the F-word.
And this is a woman who had only (kind of) complimented me one other time in her life, and that's when we told her we were getting married, and since my husband lived in Bangkok at the time, she had expressed her relief for the fact that I was saving him from a grim future of venereal diseases.

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Mi sono trovata coinvolta in una discussione su una pagina di un'altra blogger che è una madre adottiva. La discussione riguardava il fatto che secondo lei non si dovrebbe MAI usare la F-word riguardo ad un bambino adottato. Fortunato.
Questo è perché non si può ridurre l'intera esistenza di una persona alla fortuna (e questo io lo so bene visto che mia mamma mi ricorda di continuo che botta di culo immane io abbia avuto a trovare un marito che mi sopporti), ed inoltre perché i bambini adottati hanno comunque un vissuto di abbandono che non si può rinnegare.
Sono uscita dalla discussione dopo un po' perché non sapendone assolutamente niente della psicologia che circonda le adozioni, non volevo dire qualche cazzata in più del solito e apparire insensibile.
Ma mi chiedo: non è proprio questa l'essenza della fortuna? Quello sputare in faccia al destino che ti ha servito un piatto pieno di sfiga?
Non è come vincere alla lotteria della vita, trovare una famiglia che ti circonda d'amore?
Questa mamma adottiva, ha anche chiesto in modo un po' provocatorio, quante volte dei bambini non adottati sono mai stati chiamati fortunati.
Be' io posso parlare soltanto per la mia esperienza, e posso dire tranquillamente: tantissime volte!
Sovente per cose legate allo status expat dei miei figli, tipo il passare con nonchalance da una lingua all'altra senza aver mai dovuto fare nessuno sforzo per impararle. Oppure per il fatto che prima di compiere 4 anni avevano già vissuto su tre continenti. Ed erano perfino stati alle Hawaii.
Ma non é solo questo. A dire il vero, la volta che mi ricordo meglio di aver sentito la F-word riferita a mio figlio, è stato un giorno che mia suocera era venuta a trovarci ed ha assistito a ore ed ore di lettura dello stesso libro, su richiesta di mio figlio che avrà avuto tre anni, con tutte le voci e gli accenti e anche qualche canzoncina inventata, un pomeriggio che eravamo bloccati in casa perché il piccolo aveva la febbre.
E mia suocera era tutta una F-word. Non la smetteva più.
E questa è una donna che mi ha fatto un'altra specie di complimento una volta sola nella sua vita. Quando le abbiamo detto che ci saremmo sposati e visto che mio marito a quel tempo abitava a Bangkok, lei mi ha espresso tutto il suo sollievo di fronte al fatto che lo avrei salvato da un tragico futuro di malattie veneree.

Sunday, September 11, 2016

Obviously about the Towers -- Ovviamente sulle Torri


So it's been fifteen years, and what shall I write in memory of such obscenity?
When it happened, we had just left the US to move momentarily back to Europe and New York was still under my skin.
I remember the appalment and nausea I felt once we got news of what had happened, and seeing ourselves in the faces and stories of the victims.
We were the ones on the observation deck on the south tower, watching the planes flying down below, as they approached one of the city airports. We were the ones on those planes that had just taken off from Newark, as we had done so many times, with my baby in my lap as we marvelled at the Manhattan skyline from the plane window.

I remember realising that our condition of freedom had suddenly become uncertain. A feeling that still lingers.

And most of all I remember thinking of that day when my parents and my sister were visiting and we had taken them on the Top of the World to watch the sunset, sipping on a Manhattan, in Manhattan.
And it's clear to me that the most vivid memories of every country I have lived in, are the ones I shared with my family when they came to see us.
A certain museum we visited in Tokyo, that boat tour across the Pedro Miguel Locks in the Panama Canal, the dusty Bangkok markets with my Mom.

Although we had been on the Towers plenty of other times, that Manhattan with them in Manhattan is my most precious memory and my tribute to a moment that will never return.

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Che scrivere nel quindicesimo anniversario di quello scempio?
Quando è successo avevamo da poco lasciato gli Stati Uniti per trasferirci in Europa, e New York era ancora mia.
Mi ricordo il voltastomaco rivedendo noi stessi in quelle persone trucidate.
Noi in cima alle Torri a osservare gli aerei giù in basso che si preparavano ad atterrare ad uno dei tre aeroporti di New York. Noi su quegli aerei partiti da Newark, come avevamo fatto innumerevoli volte, con mio figlio piccolo seduto in braccio, osservando incantati lo skyline di Manhattan dal finestrino.

Ricordo l'incertezza riguardo alla nostra condizione di libertà che è nata quel giorno e non se n'è più andata.

E più di tutto ricordo quel giorno in cui con i miei genitori e mia sorella che erano venuti a trovarci, guardavamo il tramonto dall'osservatorio in cima alla Torre sud, il Top of the World Observation Deck, sorseggiando un Manhattan, a Manhattan.
E mi accorgo che di ogni paese in cui ho vissuto, ricordo più di ogni altra cosa i momenti in cui i miei venivano a trovarci.
Un certo museo visitato con loro a Tokyo, quel giro in barca nelle chiuse del canale di Panama, i mercati polverosi di Bangkok con mia mamma.

Nonostante siamo stati tante volte sulle Torri, quel Manhattan a Manhattan con loro è il mio ricordo ed il mio tributo ad un momento,  più di altri, tragicamente irripetibile.

Monday, September 5, 2016

Of Mothers and Locomotives -- Sulle Madri e le Locomotive


I miss my Mom. I've taken to staring at elderly ladies on the tram and even considered adopting a few of them.
My Mom lives in Italy, and she is not as keen anymore on jumping on a plane and follow me in this expat craze that, admittedly, has been going on for way too long now. She has done it for 20 years.

She finds excuses and always postpones her visits, but I know the real reasons behind her reticence.
Those two beautiful babies I made, have turned into grumpy teenagers, and they do not jump anymore at the occasion of having Grandma read them a book or cuddle them before bedtime.
Cuddling opportunities have actually become more sporadic than solar eclipses.

The other reason is that my Dad is still the locomotive of the family, but needs more and more of her support and cheering to keep pulling the family train.

I should go and visit her more often, but I am stuck in the eternal duality of my role as an expatriate wife.
Between feeling 100% superfluous and 100% indispensable at the same time.

Superfluous because it's my darling hubby who has brought the family abroad in the first place, and in this sense, he too is the locomotive of the family train.
And indispensable because with no other relatives around to rely on, I have become the magic glue that keeps it all together.

One thing is for sure. Without our constant shovelling of coal into their engines, the two shiny locomotives would be going nowhere.
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Mi manca la mia Mamma. Ho iniziato a fissare le vecchiette sul tram per vedere quale vorrei adottare.
Mia Mamma vive in Italia e non viene più a trovarmi sovente come faceva prima. Si è un po' stufata di acchiappare aerei per raggiungermi in giro per il mondo, l'ha fatto per vent'anni. E devo ammettere che questa cosa della vita expat si è trascinata ormai ogni ragionevole limite.

Trova scuse e rimanda di continuo ma io conosco le ragioni della sua reticenza.
Quei due bebé meravigliosi che le ho fatto, sono diventati adolescenti rompiballe e non hanno più voglia di farsi leggere un libro da lei o di farsi fare le coccole.
Le occasioni di coccolare sono diventate più rare delle eclissi solari.

L'altro motivo è che mio Papà è ancora la locomotiva della famiglia, ma ha bisogno di sempre più supporto ed incoraggiamento per continuare a rivestire questo ruolo.

E allora perché non vado io a trovarla più spesso?
Perché sono piantata nella dualità eterna del mio ruolo di moglie expat.
Tra il sentirmi costantemente al 100% superflua e al 100% indispensabile allo stesso tempo.

Superflua perché è grazie al mio caro marito che viviamo all'estero e in questo senso quindi anche lui è la locomotiva della nostra famiglia.
E indispensabile in quanto senza il supporto di altri parenti nelle vicinanze, sono diventata la colla magica che tiene tutto insieme.

Su una cosa non ci sono dubbi. Senza le nostre costanti palate di carbone nei loro motori, queste due locomotive non andrebbero da nessuna parte.