Sunday, June 10, 2018

of the expat wedding dress - sull'abito da sposa expat


Expats are obsessed with their pictures. It's really the only lifeline we have to some kind of stability, like those cables that connect astronauts to the space station during space walks.
I have a hard drive with all our pictures in a deposit box. That's my most valued possession, together with my grandmother's silver teaspoons.

Our pictures are the attic full of memories we could not collect, because with every move we had to travel light and cleanse. The cleansing is not just dictated by the prices of intercontinental containers.

You can only disassemble and reassemble furniture that many times before it starts looking like something from a Dalì painting.
You can only unpack and repack that Barbour coat you wore at university that many times, before you realise it's just making everything else in your closet (and the container) smell like duck fat.

But sometimes it's simply destiny deciding for you.
I've had my precious Christmas decorations collected bit by bit at every Christmas we spent in every country we've lived in DESTROYED by the moving people during our move to Japan. Out of the moving box marked "Xmas" only came golden corn-flakes of thin sparkling glass fragments. It was the only time I cried over stuff. Because during moving time, every expat's survival mantra is: stuff is just stuff.

And then there was my wedding dress. I had dragged it along with us for no other reason that I didn't really know where to leave it, and once it came out of its box streaked with mold like a piece of blue cheese.
I said nothing.
I tried to look away as if disposing of a dead family pet.
I let my emotions implode, transferred it into a garbage bag and threw it away.

At least my daughter won't need to find excuses not to wear it, although now that she is in vintage mode she really wishes I still had my stinky Barbour.

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Gli expat sono ossessionati dalle loro foto. Le foto sono l'unico elemento di continuità e danno sicurezza, come i tubi degli astronauti che durante le passeggiate spaziali li collegano allo space shuttle. Io ho un hard drive con tutte le nostre foto depositato in una cassetta di sicurezza. È la cosa più preziosa che possiedo, insieme ai cucchiaini d'argento di mia nonna Lidia.

Le nostre foto sono quella soffitta piena di ricordi che non abbiamo potuto accumulare, perché ogni trasloco ci ha costretti ad abbandonare il superfluo in una specie di rito purificatore. La purificazione non è dettata soltanto dai prezzi dei container intercontinentali.

Ci sono mobili che puoi smontare e rimontare solo un certo numero di volte prima che sembrino usciti da un quadro di Dalì.
Puoi mettere e togliere dagli scatoloni quella Barbour che avevi all'università solo un certo numero di volte prima di renderti conto che non fa altro che impuzzarti di grasso d'oca tutto l'armadio, e l'intero container.

Ma a volte è il destino che decide per te.
Tutte le decorazioni natalizie raccolte per anni in tutti i paesi in cui abbiamo trascorso il Natale sono state disintegrate dall'agenzia dei traslochi quando ci siamo trasferiti in Giappone. Dallo scatolone con su scritto "Xmas" sono usciti soltanto corn-flakes dorati di sottili frammenti di vetro scintillanti, e ho pianto. È stata l'unica volta che ho pianto per un oggetto, perché ogni expat sa bene che quando si trasloca è tutto solo "roba".

E poi c'era il mio abito da sposa. Me l'ero sempre portato dietro più che altro perché non sapevo dove lasciarlo e una volta approdati in un nuovo paese ho aperto la sua scatola e l'ho trovato striato di muffa, era diventato gorgonzola.
Non ho detto una parola.
Ho cercato di non guardare, come se mi stessi disfacendo della carcassa del gatto di famiglia.
Ho lasciato implodere l'emozione mentre lo trasferivo in una sacchetto dell'immondizia e l'ho buttato via.

Per lo meno mia figlia non dovrà trovare scuse per non indossarlo quando cercherò di rifilarglielo. Anche se adesso che è in fase Vintage quel Barbour puzzolente vorrebbe proprio che l'avessi ancora.


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