Wednesday, October 26, 2016

Of adoption and the promiscuity of music -- Sulle adozioni e la promiscuità della musica


So first and foremost about adoption. Because there are two great chicks I've stumbled upon in this strange world populated by rambling bloggers I am so lucky to consider myself a part of, who are adoptive moms, and enjoy educating the rest of us about the nuances of this qualification, which are not evident to the eye of the casual observer.
Their posts always provoke a whirlwind of replies from both biological and adoptive moms, about the differences between the two categories. I was prone to thinking that there is basically no difference, considering that these mythological creatures who carry the weight of the world and all of society on their shoulders I also am so lucky to consider myself a part of, are just moms, wonderful, do-the-best-I-can, struggling and love-poisoned moms.
But then one of these adoptive moms, who I will call Alice because it's her name, mentioned the famous Kahlil Gibran quote that says that children don't belong to their parents. It says that we are merely "the bows from which your children as living arrows are sent forth." Alice said that she is not the bow. Being an adoptive mom, she is merely the air through which the arrow flies.
And that's when I had to put my foot down. Because nobody is allowed to call my friend Alice AIR.
There are several parts to the bow. There is the bow itself that gets all the credit, but although it's made of the same wood of the arrow, without the string it would be useless. So adoptive moms are perhaps that string that allows the arrow to be "sent forth", without them there would be no flight.
So there. I think I've made my point.

Last night I was in bed with Spotify. The house was dark and quiet, everybody was asleep and I had my earbuds blasting in my ears. I swam upstream through my memories all the way to the 80s and 90s and each song I listened to opened a door to another emotion and made me download a song connected to that memory. I went all the way to Say you say me by Lionel Ritchie, and that night with T when I was 16.
Back then to listen to the songs we liked, we had to wait for them to be played on the radio and could never hear the beginning or the end because the dj would be talking over them. And now it's just click, download and rob me of my sleep as I jump from song to song, like stepping stones across the stream of my memories.
Damn you, Spotify.

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Allora, prima di tutto sulle adozioni. Perché ci sono due fantastiche ragazze in cui mi sono imbattuta in questo strano mondo popolato da bloggers deliranti di cui ho la fortuna di fare parte, che sono mamme adottive, e ci tengono ad educare il prossimo riguardo alle sfumature di questa definizione, che all'osservatore disattento possono essere sfuggite.
I loro posts scatenano sempre un turbine di risposte e commenti da parte di mamme adottive e biologiche riguardo alle differenze tra le due categorie. Da parte mia ho sempre pensato che non ci fossero grandi differenze, considerato che queste creature mitologiche che portano il peso del mondo e di tutta la società sulle proprie spalle, di cui anch'io ho la fortuna di fare parte, sono semplicemente mamme, mamme meravigliose che fanno sempre del proprio meglio, mettendoci l'anima, ubriache di amore.
Ma una di queste mamme adottive che chiamerò Alice perché è il suo nome, ha quotato Kahlil Gibran e la famosa frase secondo cui i figli non appartengono ai propri genitori, che sono invece "l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti."
Alice ha detto che lei non è l'arco. Che da mamma adottiva è al massimo l'aria attraverso cui la freccia vola.
E allora ho dovuto incazzarmi, perché nessuno può chiamare la mia amica Alice ARIA.
L'arco è composto da diverse parti: c'è la parte anteriore da cui l'oggetto prende il nome, che nonostante sia fatta dello stesso legno della freccia, senza la corda sarebbe inutile, inutilizzabile. Quindi le mamme come Alice sono forse quella corda che permette alla freccia di essere "lanciata in avanti", e senza di loro non ci sarebbe nessuno volo. Ecco. Penso di essermi spiegata.

La notte scorsa ero a letto con Spotify.
La casa era silenziosa e tutti dormivano, ed io ero lì con le cuffiette cacciate nelle orecchie. Ho nuotato controcorrente attraverso mille ricordi fino agli anni 80 e 90 ed ogni canzone che ascoltavo me ne faceva scaricare un'altra, con l'iphone nascosto sotto al piumone come fanno di sicuro anche i miei figli quando penso che stiano dormendo ed invece sono su snapchat coi loro amici.
Sono arrivata fino a Say you say me di Lionel Ritchie e quella notte con T quando avevo 16 anni.
Per sentirla allora dovevamo aspettare che la suonassero alla radio, e non potevamo mai sentire l'inizio e la fine, perché quello scemo del DJ ci parlava sopra. E adesso è tutto click, scarica e rubami il sonno mentre salto da canzone a canzone come pietre attraverso il fiume dei mei ricordi.
Maledetto Spotify.

(pic from Can Stock Photo)

2 comments:

  1. Ma sai che volevo risponderti da Alice riguardo alla storia dell'arco, dell'aria e compagnia bella? Allora lo faccio qui e poi anche di la' da Alice.
    Io sono d'accordo con te. Totalmente.
    E il tuo esempio mi faceva pensare a quel che ci dicevano qui a Montreal al corso pre-adozione, riguardo al fatto che ogni relazione figlio-genitori si puo' rappresentare come un triangolo isoscele in cui al vertice c'e' il figlio e le cui basi solide ed equidistanti sono il padre e la madre. Nella famiglia adottiva le basi su cui il vertice si posa sono i genitori biologici da un lato e quelli adottivi dall'altro. Perche' il triangolo stia su, perche' il vertice possa essere solidamente appoggiato c'e' bisogno di equilibrio tra le due parti. Se una prevale, il triangolo pende. Vale in tutti i sensi.

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  2. Cara, la teoria del triangolo isoscele è superata, è il momento di Bean's Theory of the Bow and Arrow ;-). Grazie per la tua risposta. Anche il tuo post mi è piaciuto molto e mi ha commossa, ma tu sei così razionale e ragionevole che quando ho qualche boiata da dire, preferisco farlo da Alice che come me è a bit all over the place e poi parliamo piemontese.

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